Parrocchia Fino del Monte

Parrocchia di Fino del Monte (BG)
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da   "Tino"  n°  411   del     8  Agosto  2020

Cara la mia gente,
I discepoli si sentono abbandonati nel momento del pericolo, lasciati soli a lottare contro le onde per una lunga notte. Come loro anche noi ci siamo sentiti alle volte abbandonati, e Dio era lontano, assente, era muto.
Eppure un credente non può mai dire: «Io da solo, io con le mie sole forze», perché non siamo mai soli, perché intrecciato al nostro respiro c'è sempre il respiro di Dio, annodata alla nostra forza è la forza di Dio.
Infatti Dio è sul lago: è nelle braccia di chi rema, è negli occhi che cercano l'approdo. E la barca, simbolo della nostra vita fragile, intanto avanza nella notte e nel vento non perché cessa la tempesta, ma per il miracolo umile dei rematori che non si arrendono, e ciascuno sostiene il coraggio dell'altro.
Dio non agisce al posto nostro, non devia le tempeste, ma ci sostiene dentro le burrasche della vita. Non ci evita i problemi, ci dà forza dentro i problemi.
Poi Pietro vede Gesù camminare sul mare: «Signore, se sei tu, comanda che io venga da te sulle acque». Pietro domanda due cose: una giusta e una sbagliata. Chiede di andare verso il Signore. Domanda bellissima, perfetta: che io venga da te. Ma chiede di andarci camminando sulle acque, e questo non serve. Non è sul mare dei miracoli che incontrerai il Signore, ma nei gesti quotidiani; nella polvere delle strade come il buon samaritano e non nel luccichio di acque miracolose. Come Pietro, fissare lo sguardo su Gesù che ti viene incontro quando intorno è buio, quando è tempesta, e sentire cosa ha da dire a te, solo a te: vieni! Con me tutto è possibile .
«E venne da Gesù» dice il Vangelo. Pietro guarda a lui, non ha occhi che per quel volto, ha fede in lui, e la sua fede lo rende capace di ciò che sembrava impossibile. Poi la svolta: ma vedendo che il vento era forte, si impaurì e cominciò ad affondare. In pochi passi, dalla fede che è saldezza, alla paura che è palude dove sprofondi. Cosa è accaduto? Pietro ha cambiato la direzione del suo sguardo, la sua attenzione non va più a Gesù ma al vento, non fissa più il Volto ma la notte e le onde. Quante volte anch'io, come Pietro, se guardo al Signore e alla sua forza posso affrontare qualsiasi tempesta; se guardo invece alle difficoltà, o ai miei limiti, mi paralizzo. Tuttavia dalla paura nasce un grido: Signore salvami!
Un grido nel buio. E dentro il grido c'è già un abbraccio: ho poca fede, credo e dubito, ma tu aiutami! Ed è proprio là che il Signore Gesù ci raggiunge, al centro della nostra debole fede. Ci raggiunge e non punta il dito per accusarci, ma tende la mano per afferrare la nostra, e tramutare la paura in abbraccio.

Buona estate e serena settimana.
Don Mauro


da   "Tino"  n°  410   del     2  Agosto  2020

Cara la mia gente,
i discepoli, uomini pratici, suggeriscono: «Congeda la folla perché vadano a comprarsi da mangiare». Se non li congeda Lui, loro non se ne andranno. Ma Gesù non li manda via, non ha mai mandato via nessuno.
Anzi dice ai discepoli: «Voi stessi date loro da mangiare». Mi intenerisce questo Gesù che non vuole allontanare da sé nessuno, che li vuole tutti intorno anche a mangiare.
È una immagine femminile di Dio, un Dio che nutre e alimenta ogni vita. Quante volte nel Vangelo lo si vede intento a condividere il pasto con altri, e contento di questo, da Cana all'ultima cena fino a Emmaus.
Così tanto amava mangiare con gli altri, tenerli vicini a sé, che ha fatto di questo mangiare insieme il simbolo di tutta la sua vita: «quando me ne andrò e non potrò più riunirvi e darvi il pane, spezzarlo e condividerlo insieme, voi potrete unirvi e mangiare me».
Ci sono molti miracoli in questo racconto. Il primo è quello della folla che, scesa ormai la notte in quel luogo deserto, non se ne va e resta lì con Gesù, presa da qualcosa che lui solo ha e nessun altro sa dare. Il secondo sono i cinque pani e i due pesci che qualcuno mette nelle mani di Cristo, fidandosi, senza calcolare, senza trattenere qualcosa per sé. È poco ma è tutto, è poco ma è tutta la sua cena, è solo una goccia nel mare ma è quella goccia che può dare senso a tutta la sua vita (Madre Teresa).
Il terzo miracolo: quel poco pane, quei pochi pesci bastano per tutti, bastano perché condivisi. Secondo una misteriosa regola divina, quello che spartisci con gli altri si accresce: quando il pane da mio diventa nostro, anziché diminuire si moltiplica.
Il miracolo è che Dio ferma la fame del mondo attraverso le nostre mani quando imparano a donare. L'aveva detto: «Voi farete cose più grandi di me». Noi abbiamo la terra, tutta la terra da sfamare, ed è possibile, a patto che diventi possibile la condivisione.
E infine: «Raccolsero gli avanzi in dodici ceste», una per ogni tribù di Israele, una per ogni mese dell'anno. Tutti mangiano e ne rimane per tutti e per sempre. E hanno valore anche le briciole, il poco che sei e che hai.
Niente è troppo piccolo per non servire alla comunione. Niente è troppo piccolo di ciò che fai con tutto il cuore, perché ogni gesto 'totale', senza mezze misure, per quanto minimo, ci avvicina all'assoluto di Dio. Che diritto hanno i cinquemila di avere pane e pesce? L'unico loro diritto è la fame, l'unico titolo per ricevere è la povertà.
Davanti a Dio io non ho nessun merito da vantare se non la mia povertà e la mia fame: la mia debolezza, diceva Paolo. E lui, il Dio che ama nutrire, verrà a dare pane a chi ha fame e ad accendere fame di cose grandi in chi è sazio di solo pane.

Buona estate e serena settimana.
Don Mauro


da   "Tino"  n°  409   del    26  Luglio 2020

Cara la mia gente,
un contadino e un mercante trovano tesori. Accade a uno che, per caso, senza averlo programmato, tra rovi e sassi, su un campo non suo, resta folgorato dalla scoperta e dalla gioia. Accade a uno che invece, da intenditore appassionato e determinato, gira il mondo dietro il suo sogno.
Due modalità che sembrano contraddirsi, ma il Vangelo è liberante: l'incontro con Dio non sopporta statistiche, è possibile a tutti trovarlo o essere trovati da lui, sorpresi da una luce sulla via di Damasco, oppure da un Dio innamorato di normalità, che passa, come dice Teresa d'Avila, "fra le pentole della cucina", che è nel tuo campo di ogni giorno, là dove vivi e lavori e ami, come un contadino paziente.
Tesoro e perla: nomi bellissimi che Gesù sceglie per dire la rivoluzione felice portata nella vita dal Vangelo. La fede è una forza vitale che ti cambia la vita. E la fa danzare.
«Trovato il tesoro, l'uomo pieno di gioia va, vende tutti i suoi averi e compra quel campo». La gioia è il primo tesoro che il tesoro regala, è il movente che fa camminare, correre, volare: per cui vendere tutti gli averi non porta con sé nessun sentore di rinuncia (Gesù non chiede mai sacrifici quando parla del Regno), sembra piuttosto lo straripare di un futuro nuovo, di una gioiosa speranza.
Niente di quello di prima viene buttato via. Il contadino e il mercante vendono tutto, ma per guadagnare tutto. Lasciano molto, ma per avere di più. Non perdono niente, lo investono.
Così sono i cristiani: scelgono e scegliendo bene guadagnano. Non sono più buoni degli altri, ma più ricchi: hanno investito in un tesoro di speranza, di luce, di cuore.
I discepoli non hanno tutte le soluzioni in tasca, ma cercano. Lo stesso credere è un verbo dinamico, bisogna sempre muoversi, sempre cercare, proiettarsi, pescare; lavorare il campo, scoprire sempre, camminare sempre, tirar fuori dal tesoro cose nuove e cose antiche.
Mi piace accostare a queste parabole un episodio accaduto a uno studente di teologia, all'esame di pastorale. L'ultima domanda del professore lo spiazza: «come spiegheresti a un bambino di sei anni perché tu vai dietro a Cristo e al Vangelo?». Lo studente cerca risposte nell'alta teologia, usa paroloni, cita documenti, ma capisce che si sta incartando. Alla fine il professore fa: «digli così: lo faccio per essere felice!». È la promessa ultima delle due parabole del tesoro e della perla, che fanno fiorire la vita.
Anche in giorni disillusi come i nostri, il Vangelo osa annunciare tesori. Osa dire che l'esito della storia sarà buono, comunque buono, nonostante tutto buono. Perché Qualcuno prepara tesori per noi, semina perle nel mare dell'esistenza.

Buona estate e serena settimana.
Don Mauro


da   "Tino"  n°  408   del    19  Luglio 2020

Cara la mia gente,
Il cuore della parabola di oggi è molto semplice: nella nostra vita il bene e il male crescono insieme in un intreccio che l'uomo non deve districare, lasciando a Dio di compiere tale opera nella pienezza dei tempi. È l'esperienza che facciamo tutti, anche dopo avere iniziato un percorso di fede, anche dopo una conversione che ci ha fatto cambiare vita. Pensiamo di essere cambiati, invece l'uomo vecchio di cui pensavamo di esserci sbarazzati, simpaticone, d'ogni tanto emerge e fa capolino nella nostra vita, facendo qualche danno e, soprattutto, gettandoci nello sconforto (Ef 4,22).
Accogliere nella propria vita il Dio di Gesù cambia radicalmente il modo di vedere, di sentire, di operare, ci si sente e si è, in effetti, persone radicalmente diverse. Ed è proprio così che accade, davvero c'è un prima e un dopo l'incontro con Gesù. Ma, come dicevamo più sopra, la conversione non è che l'inizio di un lungo cammino che richiede un'enorme pazienza. La pazienza di Dio.

Un nemico
Un tale semina del grano buono nel campo ma, durante la notte, viene il suo nemico e semina della zizzania, un'erba infestante molto simile al grano, ma che produce un chicco scuro, non commestibile e che, soprattutto, intreccia le sue radici con il grano.
Episodio plausibile: c'è sempre qualcuno che vuole distruggere il lavoro degli altri, con le buone o con le cattive maniere. Bisogna essere realisti: ci sono persone che agiscono per danneggiare gli altri, sperando di ricavarne un vantaggio o credendo di vendicare un torto subito. In questo caso il sabotaggio è davvero malefico: ci si accorge del danno solo quando la pianta, all'inizio indistinguibile, si avvicina alla maturazione del frutto. Un brutto episodio che fa entrare in scena i servi, addolorati e straniti dall'inquietante episodio.
Il punto di forza della parabola consiste proprio nel dialogo che segue l'episodio. Al dolente stupore dei servi che chiedono al padrone per quale ragione il campo sia invaso dalla zizzania
segue la meraviglia per l'ordine impartito dallo stesso: non devono strappare la zizzania, devono lasciare che cresca insieme al buon grano fino a quando la maturazione del frutto permetterà di riconoscere il grano con certezza, impedendo di strappare qualche spiga per errore. Stupore motivato: di solito le erbacce nei campi si toglievano ben prima di iniziare il raccolto.
Ma anche sconcerto: la risposta argomentata e saggia del padrone ha, per noi che ascoltiamo, per la comunità di Matteo, per ogni comunità di cristiani, delle conseguenze imprevedibili.
Lo stupore dei servi è lo stesso dei primi discepoli: se il regno è arrivato perché ancora spadroneggiano nel mondo la violenza e il peccato? E la stessa domanda se la pone la comunità di Matteo, e ce la poniamo noi, senza ipocrisia: se Gesù è venuto a salvare il mondo, dov'è questa salvezza?
Non esiste una risposta puntuale ed esaustiva. Almeno non quella che vorremmo. Ci sconcerta l'agire di Dio. E la sua pazienza. E la sua logica. Davvero avvertiamo un'abissale distanza fra i suoi ragionamenti e i nostri, fra la sua logica e la nostra (Is 55,8).

Lasciate!
La risposta del padrone è destabilizzante, certo. Ma anche saggia e lungimirante. Davanti allo zelo dei servi che vorrebbero, come sembra logico, strappare la zizzania, Dio invita ad aspettare, a pazientare. E ne spiega la ragione: strappando anzitempo la zizzania, molto simile al grano all'inizio della sua crescita, si potrebbe erroneamente strappare qualche spiga.
Dal nostro punto di vista è un danno collaterale: cosa volete che sia qualche spiga al cospetto dell'intero raccolto salvato?
Il punto di vista di Dio, al solito, è diverso. Deriva dalla sua ossessiva attenzione alla pecora smarrita (Lc 15,6), all'uno che diventa unico, al marginale che viene messo nel mezzo (Mc 3,3).
La soluzione c'è: pazientare per vedere il frutto, per poterlo distinguere. E, a questo punto, intervenire tagliando entrambi, grano e zizzania e separandoli. L'uno nel fuoco, l'altro nel granaio. Il padrone non nega la necessità della separazione. Dice solo che non è ancora il tempo e che non spetta agli uomini decidere quando sia il momento. La pazienza è necessaria perché noi uomini non siamo in grado di compiere la cernita. E perché è Dio ad avere stabilito l'ora della separazione, non noi.

Pazienza
Non siamo in grado di operare correttamente la cernita, non scherziamo. Grossolani come siamo, e anche un po' autoreferenziali, noi uomini corriamo il rischio di giudicare gli altri dal nostro punto di vista, appellandoci a convinzioni profonde, radicate che, se esasperate, diventano ideologia, cioè idea assurta a dogma intangibile, cui vanno sacrificate anche le vite umane. E poco importa se queste idee siano ispirate a Dio, anzi, peggio. Nella Storia noi cristiani abbiamo compiuto degli abomini, facendo l'esatto contrario di ciò che insegnava il vangelo... appellandoci al vangelo! Ci vogliono, invece, un po' di buon senso e di sana prudenza, al fine di moderare lo zelo della distruzione e della soluzione finale che tutti portiamo nel cuore, pugnaci come siamo nel profondo.
È Dio ad avere stabilito l'ora della separazione. E ne intuiamo le ragioni: solo dal frutto riusciamo a cogliere la bontà della pianta (Mt 7,16). Se una spiga è buon grano o zizzania lo capiamo solo quando vediamo il frutto gonfiare lo stelo. L'apparenza inganna, e Dio lo sa bene. Persone che sembrano lontane da Dio, travolte dall'ombra, impestate, possono cambiare, convertirsi, fare buon frutto. Perciò i cristiani, inguaribili ottimisti, cocciuti nella speranza, pensano sempre che una persona possa cambiare in meglio. E come tali dovrebbero agire.
Gesù chiede di pazientare perché sa bene che il cuore dell'uomo può cambiare. Addirittura il nostro.

Buona estate, e serena settimana.
Don Mauro

da   "Tino"  n°  407   del    12  Luglio 2020

Cara la mia gente,
Gesù parlò loro e a noi di molte cose con parabole. Magia delle parabole: un linguaggio che contiene di più di quel che dice. Un racconto minimo, che funziona come un carburante: lo leggi e accende idee, suscita emozioni, avvia un viaggio tutto personale.
Gesù amava il lago, i campi di grano, le distese di spighe e di papaveri, i passeri in volo. Osservava la vita (le piccole cose non sono vuote, sono racconto di Dio) e nascevano parabole.
Oggi Gesù osserva un seminatore e intuisce qualcosa di Dio. Il seminatore uscì a seminare. Non 'un', ma 'il' seminatore, Colui che con il seminare si identifica, perché altro non fa' che immettere nel cuore e nel cosmo germi di vita. Uno dei più bei nomi di Dio: non il mietitore che fa i conti con le nostre povere messi, ma il seminatore, il Dio degli inizi, che dà avvio, che è la primavera del mondo, fontana di vita.
Abbiamo tutti negli occhi l'immagine di un tempo antico: un uomo con una sacca al collo che percorre un campo, con un gesto largo della mano, sapiente e solenne, profezia di pane e di fame saziata. Ma la parabola collima solo fin qui. Il seguito è spiazzante: il seminatore lancia manciate generose anche sulla strada e sui rovi. Non è distratto o maldestro, è invece uno che spera anche nei sassi, un prodigo inguaribile, imprudente e fiducioso. Un sognatore che vede vita e futuro ovunque, pieno di fiducia nella forza del seme e in quel pugno di terra e rovi che sono io.
Che parla addirittura di un frutto uguale al cento per uno, cosa inesistente, irrealistica: nessun chicco di frumento si moltiplica per cento. Un'iperbole che dice la speranza altissima e amorosa di Dio in noi.
Tuttavia, per quanto il seme sia buono, se non trova acqua e sole, il germoglio morirà presto. Il problema è il terreno buono. Allora io voglio farmi terra buona, terra madre, culla accogliente per il piccolo germoglio.
Come una madre, che sa quanto tenace e desideroso di vivere sia il seme che porta in grembo, ma anche quanto fragile, vulnerabile e bisognoso di cure, dipendente quasi in tutto da lei.
Essere madri della parola di Dio, madri di ogni parola d'amore. Accoglierle dentro sé con tenerezza, custodirle e difenderle con energia, allevarle con sapienza.
Ognuno di noi è una zolla di terra, ognuno è anche un seminatore. Ogni parola, ogni gesto che esce da me, se ne va per il mondo e produce frutto. Che cosa vorrei produrre? Tristezza o germogli di sorrisi? Paura, scoraggiamento o forza di vivere?
Se noi avessimo occhi per guardare la vita, se avessimo la profondità degli occhi di Gesù, allora anche noi comporremmo parabole, parleremmo di Dio e dell'uomo con parabole, con poesia e speranza, proprio come faceva Gesù.


Buona estate, e serena settimana.
Don Mauro
CURIA DIOCESANA:

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