Parrocchia Fino del Monte

PARROCCHIA di FINO del MONTE (BG)
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La Voce ... a cura di Don Mauro

da   "Tino"  n°  434   del      17  Gennaio  2021

Cara la mia gente,
I personaggi del vangelo di questa domenica: un Giovanni dagli occhi penetranti; due discepoli meravigliosi, che non se ne stanno comodi e appagati, all'ombra del più grande profeta del tempo, ma si incamminano per sentieri sconosciuti, dietro a un giovane rabbi di cui ignorano tutto, salvo un'immagine folgorante: ecco l'agnello di Dio!
Un racconto che profuma di libertà e di coraggio, dove sono incastonate le prime parole di Gesù: che cosa cercate? Così lungo il fiume; così, tre anni dopo, nel giardino: donna, chi cerchi? Sempre lo stesso verbo, quello che ci definisce: noi siamo cercatori d'oro nati dal soffio dello Spirito (G. Vannucci).
Cosa cercate? Il Maestro inizia ponendosi in ascolto, non vuole né imporsi né indottrinare, saranno i due ragazzi a dettare l'agenda. La domanda è come un amo da pesca calato in loro (la forma del punto di domanda ricorda quella di un amo rovesciato), che scende nell'intimo ad agganciare, a tirare alla luce cose nascoste. Gesù con questa domanda pone le sue mani sante nel tessuto profondo e vivo della persona, che è il desiderio: cosa desiderate davvero? qual è il vostro desiderio più forte?.
Gesù, maestro del desiderio, esegeta e interprete del cuore, domanda a ciascuno: quale fame fa viva la tua vita? dietro quale sogno cammini? E non chiede rinunce o sacrifici, non di immolarsi sull'altare del dovere, ma di rientrare in sé, ritornare al cuore, guardare a ciò che accade nello spazio vitale, custodire ciò che si muove e germoglia nell'intimo. Chiede a ciascuno, sono parole di san Bernardo, «accosta le labbra alla sorgente del cuore e bevi».
Rabbì, dove dimori? Venite e vedrete. Il maestro ci mostra che l'annuncio cristiano, prima che di parole, è fatto di sguardi, testimonianze, esperienze, incontri, vicinanza. In una parola, vita. Ed è quello che Gesù è venuto a portare, non teorie ma vita in pienezza (Gv 10,10). E vanno con lui: la conversione è lasciare la sicurezza di ieri per il futuro aperto di Gesù; passare da Dio come dovere a Dio come desiderio e stupore. Milioni di persone vorrebbero, sognano di poter passare il resto della vita in pigiama, sul divano di casa. Forse questo il peggio che ci possa capitare: sentirci arrivati, restare immobili. All'opposto i due discepoli, quelli dei primi passi cristiani, sono stati formati, allenati, addestrati dal Battista, il profeta roccioso e selvatico, a non fermarsi, ad andare e ancora andare, a muovere in cerca dell'esodo di Dio, ancora più in là. Come loro, «felice l'uomo, beata la donna che ha sentieri nel cuore» (Salmo 83,6). Che cosa cercate? Per chi camminate? Io lo so: cammino per uno che fa felice il cuore.
Buona settimana

Don Mauro



da   "Tino"  n°  433   del      10  Gennaio  2021

Cara la mia gente,
È breve il tempo natalizio.
Breve ma pieno di emozioni e di forza, di provocazione e di inviti alla conversione, per chi li vuole accogliere. E con oggi chiudiamo queste due settimane passate ad accogliere l'inaudito di Dio, a stupirci, come i pastori, che scoprono che Dio viene apposta per gli sconfitti, a interrogarci come i magi, che sono curiosi davanti alla vita, a meditare come fa Maria, che tesse la sua vita intorno alla Parola. Archiviamo il Natale con un'ultima riflessione, densa, immensa, destabilizzante.
Quel Gesù che abbiamo lasciato nella culla, riconosciuto dai magi, lo ritroviamo oggi adulto, penitente fra i penitenti, a farsi battezzare nel Giordano da Giovanni il predicatore.
Come ho già avuto modo di scrivere, mi piacerebbe che la Chiesa, prima di tornare al tempo ordinario, celebrasse altre due feste: la memoria della fuga in Egitto, per ricordarci che Dio è stato un clandestino trattato male dai benpensanti di tutti i tempi e la solennità della quotidianità di Nazareth, per fermarci alla soglia del mistero di un Dio che per trent'anni costruisce sgabelli. In attesa di questa improbabile riforma liturgica, accodiamoci alla folla che scende da Gerusalemme per incontrare il battezzatore, Giovanni profeta.
Marco: non si dilunga nei particolari, come al suo solito. Non parla della nascita di Gesù e nemmeno della sua infanzia. Lo troviamo adulto, Gesù, pronto a farsi battezzare. Anche Giovanni è descritto con pochi tratti, senza lasciare spazio alle illazioni, all'emozione.
Gesù si mette in fila per il battesimo. Non ne ha bisogno, il suo cuore non è oscurato dalla tenebra, in lui la presenza di Dio è assoluta. Eppure vuole condividere il bisogno intimo dell'uomo di liberazione e di pace.
Non fa finta, Gesù, non accetta vantaggi, in tutto è simile all'uomo. In tutto eccetto nel peccato che, appunto, è l'anti-umanità. Questa sua vicinanza all'uomo si manifesterà ancora durante la sua vita pubblica.
Dio non approfitta del suo essere Dio: vuole fare esperienza di umanità. Dopo avere ricevuto il battesimo Gesù sente il Padre che gli rivela la sua missione, la sua profonda identità. Egli è il figlio amato, di cui Dio si compiace. Si compiace, Dio, nel vederlo solidale con i peccatori. Si compiace, nel vederlo farsi discepolo.
Nascere in Cristo
Cristo è nato nella storia, tornerà nella gloria. Ma come farlo nascere, ora, nei nostri cuori e soprattutto nella nostra vita?
Il battesimo rappresenta l'ingresso nella vita nuova in Cristo. Da sempre, da subito, i cristiani hanno capito che quello era il gesto nuovo da compiere per suggellare la volontà di cambiamento.
Esisteva già un battesimo, quello del Battista, un gesto di purificazione, di vita, così come l'acqua lava e purifica, dà vita agli uomini e ai vegetali. Ma Gesù si battezza nello Spirito Santo e propone ai suoi discepoli di diventare tali nel battesimo.
Storicamente, lo sappiamo bene, il battesimo è stato amministrato ai bambini. Non è un abuso della volontà di Cristo: le primitive comunità battezzavano intere famiglie. Resta il fatto che siamo stati battezzati quando eravamo inconsapevoli, incapaci di cogliere la profondità del gesto che i nostri genitori compivano al nostro posto.
Gli anni della catechesi non sono serviti a raggiungere la presa di coscienza della grandezza dell'appartenere a Cristo. Ma adesso che siamo adulti possiamo farlo, possiamo riappropriarci del battesimo.
Teologia battesimale
Col battesimo è stata messo nel nostro cuore il seme della presenza di Dio. Non una magia, non una rito scaramantico, ma un seme. Va coltivato, il seme, per poter crescere e per portare frutto. Il padrino era colui che, nella Chiesa primitiva, aiutava il seme a crescere. Dio è in noi, inutile cercarlo all'esterno. Dio è in noi e tutto ciò che ci porta "dentro" ci avvicina a Dio. Il silenzio, la musica, la natura, l'arte, la letteratura, ci portano "dentro" noi stessi, ci accompagnano alle soglie del mistero.
Col battesimo siamo diventati cristiani.
Spesso portiamo il nome di un santo. I santi sono coloro il cui seme del battesimo è diventato un albero frondoso alla cui ombra ci riposiamo. Siamo diventati concittadini dei santi e famigliari di Dio. I santi sono sugli spalti a far tifo per noi, che giochiamo nel campo la partita della vita. Non siamo soli.
Col battesimo ci è tolto il peccato originale, la fragilità che tutti portiamo nel cuore, la macchia che ci impedisce di essere liberi. Cristo ci libera da questa fragilità: diventiamo capaci di amare. Ecco cosa è successo il giorno del nostro battesimo, anche se non ce ne siamo accorti, anche se eravamo troppo piccoli.
Ora siamo cresciuti, ora siamo consapevoli.
Come diceva sant'Ireneo: cristiano, diventa ciò che sei.
Buona settimana

Don Mauro



da   "Tino"  n°  432   del      03  Gennaio  2021

Cara la mia gente,
le grandi feste natalizie sono quali finite.
Prima di incontrare i magi che cercano risposta alle loro domande e alle loro curiosità, però, questa strana seconda domenica del tempo di Natale ci invita a volare in alto. So bene che in queste due settimane siamo invitati a celebrare un sacco di feste e forse questa domenica sarà sacrificata, a dir la verità, un po’ come le altre.
Oggi siamo in compagnia del prologo di Giovanni: una piccolo trattato teologico sul mistero dell’Incarnazione che stiamo comunque celebrando.
Prefazioni
So per esperienza che le prefazioni ai libri vengono scritte per ultime.
Abitudine che richiama al fatto che solo quando uno ha scritto si riesce ad avere una visione d'insieme per raccontare in sintesi cosa il lettore si appresta a leggere. Così è successo a Giovanni. Ma, siamo onesti, gli è proprio scappata la mano. Perché quello che abbiamo letto è il volo di un'aquila. Un brano talmente profondo e complesso da lasciarci perplessi, come se qualcuno, molti secoli dopo, dopo estenuanti riflessioni teologiche e dispute, concili e scontri, eresie e condanne, persecuzioni e tanto altro, avesse distillato una teologia dell'incarnazione.
Invece no. È che Giovanni è uno che guarda con l'anima.
La Parola
Dio è ed è da sempre. E la sua Parola ha creato e continua a creare.
Già le nostre povere parole creano: complicità, amicizia, seduzione, offesa, dolore, strazio.
Figuriamoci quelle di Dio. Parole che hanno diviso il caos, all'inizio. Parola che è diventata corpo, in Cristo.
Dio si è stancato di non essere capito. E ha imparato la nostra lingua. Perché, invece di ascoltare e accogliere, ci siamo turati gli orecchi. Preferivamo un Dio che parlava un linguaggio incomprensibile e astruso, perso fra le nuvole. Da riverire e temere, non da accogliere. Non sappiamo che farcene di un Dio così.
Brutte figure
Non c'è molto da celebrare a natale, ma da convertirsi e pentirsi. L'umanità non ha rivolto una grande accoglienza alla prima venuta di Dio. C'è poco da festeggiare, insomma, quasi come se si imbastisse una festa in ritardo. Natale è dramma: Dio viene e l'uomo non c'è. La Parola ha parlato, l'uomo non ha ascoltato. La riflessione giovannea sembra cupa. Parla di un fallimento. Che però non sconfigge Dio, né lo deprime.
Luce e tenebre
La luce splende nelle tenebre e le tenebre non l'hanno vinta, scrive Giovanni. In questa nuova traduzione si sottolinea non il rifiuto delle tenebre, ma l'ostinazione e la forza della luce.
Dio insiste, Dio non si da per vinto, Dio esagera, alza il tiro, offre una soluzione, si dona ancora e sempre. Bello, bellissimo.
Se fossi Dio mi sarei già stufato da un pezzo dell'umanità, credetemi. E invece no, Dio insiste, Dio non cede, Dio vince.
Amico che sei nelle tenebre della depressione: le tenebre non vincono.
Amico prete travolto dalla fatica dell'apostolato e dalla solitudine: le tenebre non vincono.
Fratelli che cercate di portare un minimo di logica evangelica nella vostra azienda passando per fessi: le tenebre non vincono.
Discepoli che portate la logica della pace e della dignità umana nelle discariche del mondo dimenticate da tutti: le tenebre non vincono.
A chi accoglie la luce Dio dona il potere di diventare figlio di Dio, scrive Giovanni. Io sono figlio di Dio. Non m'importa essere altro.
Né premio Nobel, né grande star. Sono già tutto ciò che potrei desiderare. Natale è la presa di coscienza della mia dignità, del fatto che Dio si racconti e che sia splendido.
Viene la Parola.
Buona settimana e buona continuazione

Don Mauro



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