Parrocchia Fino del Monte

PARROCCHIA di FINO del MONTE (BG)
MENU - Parrocchia Fino del Monte
Vai ai contenuti
La Voce ... a cura di Don Mauro

   da   "Tino"  n°  449   del        2  Maggio  2021   

Cara la mia gente,
Una vite e un vignaiolo: cosa c'è di più semplice e familiare? Una pianta con i tralci carichi di grappoli; un contadino che la cura con le mani che conoscono la terra e la corteccia: mi incanta questo ritratto che Gesù fa di sé, di noi e del Padre. Dice Dio con le semplici parole della vita e del lavoro, parole profumate di sole e di sudore.
Non posso avere paura di un Dio così, che mi lavora con tutto il suo impegno, perché io mi gonfi di frutti succosi, frutti di festa e di gioia. Un Dio che mi sta addosso, mi tocca, mi conduce, mi pota. Non puoi avere paura di un Dio così.
Io sono la vite, quella vera. Cristo vite, io tralcio. Io e lui, la stessa cosa, stessa pianta, stessa vita, unica radice, una sola linfa. Novità appassionata. Gesù afferma qualcosa di rivoluzionario: Io la vite, voi i tralci. Siamo prolungamento di quel ceppo, siamo composti della stessa materia, come scintille di un braciere.
Gesù-vite spinge incessantemente la linfa verso l'ultimo mio tralcio, verso l'ultima gemma, che io dorma o vegli, e non dipende da me, dipende da lui. E io succhio da lui vita dolcissima e forte.
Dio che mi scorri dentro, che mi vuoi più vivo e più fecondo. Quale tralcio desidererebbe staccarsi dalla pianta? Perché mai vorrebbe desiderare la morte?
E il mio padre è il vignaiolo: un Dio contadino, che si dà da fare attorno a me, non impugna lo scettro ma la zappa, non siede sul trono ma sul muretto della mia vigna. A contemplarmi. Con occhi belli di speranza.
Ogni tralcio che porta frutto lo pota perché porti più frutto. Potare la vite non significa amputare, bensì togliere il superfluo e dare forza; ha lo scopo di eliminare il vecchio e far nascere il nuovo. Qualsiasi contadino lo sa: la potatura è un dono per la pianta. Così il mio Dio contadino mi lavora, con un solo obiettivo: la fioritura di tutto ciò che di più bello e promettente pulsa in me.
Tra il ceppo e i tralci della vite, la comunione è data dalla linfa' che sale e si diffonde fino all'ultima punta dell'ultima foglia. C'è un amore che sale nel mondo, che circola lungo i ceppi di tutte le vigne, nei filari di tutte le esistenze, un amore che si arrampica e irrora ogni fibra. E l'ho percepito tante volte nelle stagioni del mio inverno, nei giorni del mio scontento; l'ho visto aprire esistenze che sembravano finite, far ripartire famiglie che sembravano distrutte. E perfino le mie spine ha fatto rifiorire. «Siamo immersi in un oceano d'amore e non ce ne rendiamo conto» (G. Vannucci). In una sorgente inesauribile, a cui puoi sempre attingere, e che non verrà mai meno.
Buon settimana

Don Mauro



   da   "Tino"  n°  448   del       25  Aprile  2021   

Cara la mia gente,
se dovessi definire in che cosa consiste la vita direi che è l'opportunità che ci è data per imparare ad amare. E il desiderio di amare, più o meno esplicito in ciascuno di noi, a volte compresso da vicende negative della vita, limiti caratteriali, paure e sensi di colpa, è ciò che desideriamo con maggiore intensità. Quando Gesù ci ordina di amare... sfonda porte aperte. Ci chiede di fare esattamente ciò che maggiormente desideriamo. Eppure, a guardarsi con onestà, ci rendiamo conto che l'amore porta con sé anche un immenso carico di sofferenza. Si giunge ad uccidere "per amore". Com'è possibile?
E, a volte, portiamo nel cuore una profonda e radicale delusione (da de-ludere, la fine di un gioco) perché non ci sentiamo contraccambiati. In particolare le persone maggiormente sensibili, o disposte a mettersi in gioco rischiano di trovarsi invischiati in storie affettive con persone egoiste ed insensibili.
Certo, l'obiettivo è quello di giungere ad un amore incondizionato, cioè amare senza porre condizioni. Ma è realistico? Diventiamo degli eroi capaci di non aspettarci nulla dagli altri? Oppure, come propongono alcuni, dobbiamo proprio rassegnarci ed imparare a non provare emozioni, in modo da non soffrire?
No, non sono riflessioni assonnate da primavera (e da lotta contro l'allergia che stordisce!). Sono il vangelo di oggi.
Il pastore bello
Gesù è molto realista: la stragrande maggioranza delle persone ama per averne un tornaconto, fa le cose pensando di averne un profitto, sono dei calcolatori, dei mercenari.
È normale che sia così, istintivo: prima pensiamo a proteggere noi stessi e i nostri interessi, poi quelli delle persone che amiamo e poi gli altri.
Il mercenario, davanti ad un pericolo, ai lupi che assalgono il gregge, ad esempio, fugge. Non è questa la sensazione che portiamo nel cuore? La solitudine che ci spaventa? Non abbiamo forse il desiderio di essere accuditi e protetti da qualcuno che si occupi di noi senza averne un tornaconto? A chi sto davvero a cuore? E Gesù risponde, semplicemente: a me stai a cuore. Gesù ci ama gratis. E senza condizioni. Ma, attenzione, il suo è un amore libero ed esigente che rende liberi ed esigenti.
Sì perché, di questi tempi, la notizia che Gesù ci ama, fulcro della calorosa ed efficace predicazione di papa Francesco, spesso viene interpretata in maniera infantile. Dio mi vuole bene a prescindere (ed è vero), quindi chi se ne importa di ciò che faccio (e non è vero). Chi ama davvero una persona tiene a lei e alla sua felicità e se vede che si distrugge ne soffre terribilmente. Dio ci ama perché cresciamo.
Va a cercare la pecora smarrita ma perché la smetta di fuggire e impari ad amare il gregge. Gesù è il buon pastore e dà la sua vita per noi: siamo amati seriamente per imparare ad amare seriamente.
Dare e riprendere
E Gesù ci offre un'interessante risposta sulla questione dell'amore incondizionato. Il Padre ama il Figlio perché dà la sua vita e la riprende, nessuno gliela ruba, e una volta ripresa è pronta a ridonarla.
A volte, specie in Italia!, viviamo due eccessi: o ce ne freghiamo degli altri e li usiamo oppure facciamo delle relazioni un idolo. La mamma considera il figlio una propria estensione. Il papà si rispecchia nei suoi successi o fallimenti sportivi, l'amato esige dedizione totale dall'amata e viceversa.
Un amore di fusione in cui si investe tutto sull'altro, aspettandosi tutto.
E se vivere da mercenari è triste, vivere da vampiri è peggio.
Gesù ha in mano la situazione, dona la vita ma non la fa bruciare dalle esigenze degli altri. Ha un buon rapporto con se stesso, sa quanto vale, perciò può amare liberamente, con intensità, ma senza farsi rubare, consumare, distruggere. Spesso, specie in ambito cattolico, amiamo lasciandoci distruggere e, quel che è peggio, crediamo pure, così facendo, di fare una cosa gradita a Dio! E pensiamo a Gesù morto in croce per noi!
Ma non è questo l'amore che Dio vuole, un amore travolto e consumato, bensì un amore donato da dare anche ad altri.
Pastori
Oggi la Chiesa prega per le vocazioni sacerdotali. Per avere dei preti che, come Gesù, abbiano capito chi sono e abbiano deciso di donarsi senza egoismi (quanti mercenari in giro!) e senza farsi distruggere. Preghiamo perché sia così, agiamo per renderlo possibile. Seguiamo il pastore che ci ama e ci insegna da amare.


Vi chiedo una preghiera accorata per le vocazioni, per i giovani che sono in seminario, per chi sta pensando di donarsi a Dio nel servizio al Vangelo e dei fratelli e perché, anche nella nostra parrocchia ci sia qualcuno che coraggiosamente scelga di seguire in bel Pastore.

Don Mauro



   da   "Tino"  n°  447   del       18  Aprile  2021   

Cara la mia gente,
rientrano a Gerusalemme, i discepoli di Emmaus. Sono tornati di corsa, col cuore in tumulto. Ripercorrono la strada che, mestamente, hanno fatto all'inizio di quel triste giorno. Il cuore era appesantito, scosso, rattristato. Fino a quando quel viandante aveva attaccato bottone, togliendoli dalla loro tristezza, prendendoli in giro per la lentezza del loro cuore. Poi il pasto condiviso e il gesto del pane spezzato.
E, lì, lo hanno riconosciuto.
La strada, ora, è leggera e la terra brucia loro sotto i piedi. Entrati in città si dirigono nella casa.
Sanno che gli apostoli sono chiusi, impauriti, nella stanza al primo piano, quella della Cena. Si fanno riconoscere. Entrano. Raccontano, in affanno. E mentre parlano, accade. Eccolo.
Il risorto
Che meraviglia! Parlano del risorto e il risorto appare!
Così la fede si è trasmessa fino a noi, oggi, fino a me. E io mi preoccupo di restituirvela, nella povertà di ciò che sono.
Quando parliamo del risorto, quando raccontiamo di come lo abbiamo conosciuto e incontrato nello spezzare il pane, l'eucarestia, o lungo la strada, il cammino di conversione, il Signore risorto, se non trova ostacoli, entra nel cuore di chi ascolta. E, così, da bocca a orecchio, da cuore a cuore, siamo qui, oggi, a celebrare il risorto.
Nonostante i nostri limiti e i nostri dubbi.
Dubbi che derivano dalla fatica nel credere nella testimonianza dei discepoli, come accaduto a Tommaso. O dubbi che derivano, in questi tempi, dalla persecuzione che sta uccidendo e mettendo a dura prova migliaia di fratelli cristiani, colpevoli solo di essere discepoli del Signore Gesù. Il mondo ci odia, come ha profetizzato il Maestro. Ora è evidente a tutti. Crediamo, certo, ma Gesù ci appare come un fantasma, lontano ed evanescente.
Un'idea, un ideale, troppo poco presente per sostenerci nel momento della prova. Lo sa, il risorto. E ci incoraggia. Riempiendoci di doni.
La pace
La pace, anzitutto. Quella che ci deriva dalla certezza di essere amati. La pace che non è un'irrealistica utopia di un mondo che, invece di andare verso l'unità, sembra esplodere nell'odio e nella violenza. Il cristiano è pacifista perché pacificato, perché, in Cristo risorto, sa che nessuna croce è definitiva.
La pace, che non esclude momenti di sconforto, di dubbio, di rabbia, è un dono che va accolto e conquistato. Il primo dono ai credenti. Dimorare nella pace significa mettere Cristo al centro, prenderlo come punto di riferimento definitivo e vincolante. Amare. Vivere da risorti.
La resurrezione non è qualcosa che ci capiterà un giorno, se facciamo i bravi. Ma la condizione in cui siamo posti da ora, se credenti.
Una mente spalancata
Per poter vivere da persone riconciliate col mondo e con gli altri, con noi stessi e col nostro passato, siamo chiamati a interpretare e leggere la nostra vita alla luce della resurrezione. Difficile, ovvio.
Mi consola il fatto che gli apostoli, prima di noi, abbiano dubitato, come me. Eppure quella è la strada, l'unica percorribile, l'unica vera. Il mondo da sempre è divorato dalla violenza e dall'egoismo e l'uomo, nonostante le periodiche e illusorie prospettive che vedono in esso una bontà naturale nei fatti indimostrabile, è segnato dall'ombra del peccato e della morte.
Eppure siamo salvati e redenti. Risorti con Cristo, cerchiamo le cose di lassù, dove è seduto il Cristo. Lo Spirito, dono del risorto, ci permette, attraverso la meditazione della Scrittura, di leggere la nostra vita ad un livello più profondo e autentico. Una bella sfida, amici.
Ma se siamo qui, dopo duemila anni, è perché qualcuno ha preso molto sul serio l'invito del Signore ad essere suoi testimoni.
Io ci sono, nel mio piccolo. E tu?

Don Mauro



CURIA DIOCESANA:

Piazza  Duomo 5
24129   Bergamo
Tel.  035 / 278111   
Fax  035 / 278250

ORARI di APERTURA:
Lunedì  -  Venerdì
h. 09.00 - 12.30
Torna ai contenuti